Urban Art e musica hanno un legame intrinseco, di lunga data. La disciplina del Graffiti Writing (parte della più grande storia dell’Urban Art), infatti, non è nata da sola: essa è, per la verità, uno dei quattro elementi della cultura Hip Hop, insieme al MCing (la musica rap), al deejaying e al b-boying (la break dance) e per anni ha condiviso con la musica gli stessi luoghi, le stesse persone, gli stessi codici. Capire il legame tra Urban Art e musica significa tornare a quella radice comune, prima ancora di guardare ai murales che oggi celebrano i musicisti sui muri delle città.

Il Bronx, i block party e i quattro elementi
La storia comincia negli Stati Uniti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Le prime tag, firme tracciate con marker e bombolette su muri e vagoni della metropolitana, compaiono a Philadelphia e a New York quasi in contemporanea, con teenager per lo più afro e latini che già prima della nascita dell’Hip Hop portavano pennarelli con cui lasciare la propria firma sui muri della città. È il diciassettenne Taki 183 (un ragazzo di origini greche) a portare il fenomeno all’attenzione nazionale. Nel 1971, infatti, il New York Times gli dedica un articolo, il primo documento scritto sul Graffiti Writing, articolo che di fatto produce inconsapevolmente il primo racconto giornalistico del fenomeno. Nello stesso periodo, nel South Bronx, un dj giamaicano naturalizzato newyorkese, Clive Campbell (in arte Dj Kool Herc) porta due giradischi e un mixer a una festa di quartiere e inventa una tecnica di mixaggio. Questo evento farà da colonna sonora a tutto ciò che verrà dopo ed è considerato tra gli atti fondativi della cultura Hip Hop a New York. Il movimento che nasce da quei block party si struttura attorno alle quattro discipline che abbiamo accennato sopra: il Graffiti Writing, in altre parole, non arriva dopo la musica, ma cresce insieme a essa, nello stesso spazio urbano e nello stesso pubblico.

Quando il Graffiti Writig diventa un disco
Il punto più alto di questa fusione arriva nel 1983, con un disco che ancora oggi è tra i vinili Hip Hop più ricercati al mondo. Si chiama “Beat Bop”, ed è il risultato di una session in studio tra due Writer, Rammellzee e K-Rob, prodotta da un loro amico che di lì a poco sarebbe diventato uno degli artisti più celebrati del Novecento: Jean-Michel Basquiat. Lo stesso artista firma anche la copertina del disco, pubblicato prima come test pressing dall’etichetta Tartown e poi da Profile Records, e inserito nel documentario sui graffiti “Style Wars”. Basquiat, la cui passione per la musica lo aveva portato a co-fondare la band sperimentale Gray e a fare il dj in alcuni locali newyorkesi, non produce solo un disco. Fissa di fatto su vinile l’incontro tra due writer e la cultura Hip Hop nel suo momento più fertile, quello in cui pittura, musica e strada erano ancora la stessa cosa, un incontro nato come sfida rap tra graffiti writer, poi trasformatosi in un pezzo sperimentale di dieci minuti.

Il ponte italiano tra Urban Arte e musica: Rammellzee a Martina Franca e Milano
Quello stesso Rammellzee ha un legame diretto e poco noto con l’Italia. Nato a New York nel 1960 da madre afroamericana e padre di origini pugliesi, tra il 1983 e il 1986 l’artista compie diversi soggiorni nel Paese, in particolare a Martina Franca, dove lo Studio Carrieri lo ospita in residenza. In quell’occasione Rammellzee ricopre di graffiti mobili antichi, testiere di letto e persino una Fiat 500 ricevuta in dono, mentre porta avanti anche un tour tra Firenze e Roma per studiare architettura e arte religiosa. Nel maggio 1983, alla Facoltà di Architettura di Milano, tiene una lezione all’interno del corso dell’architetto Corrado Levi in cui introduce agli studenti italiani la sua filosofia del Futurismo Gotico, legando esplicitamente il Writing alla musica Hip Hop. L’MC, spiega, è un “traduttore con il microfono”, mentre i breaker sono “gladiatori” che occupano lo spazio pubblico con il linguaggio del corpo, come riportato all’epoca anche dalle pagine della rivista Domus, che dedicò all’episodio il titolo “Sparare alla lettera”. È un episodio poco raccontato, ma che rende Rammellzee una delle prime porte d’accesso italiane sia al Graffiti Writing sia alla cultura Hip Hop nel suo complesso, in un’epoca in cui Internet non esisteva e la conoscenza di quei linguaggi passava necessariamente solo attraverso critici, gallerie e residenze come quella pugliese.

L’Hip Hop italiano cresce nei centri sociali
In Italia, musica e writing crescono di pari passo anche in un altro contesto: quello degli spazi occupati, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. È lì che nasce il fenomeno delle posse, collettivi che uniscono rap, impegno politico e cultura underground, a partire dal collettivo romano Onda Rossa Posse, che nel 1990 incide “Batti il tuo tempo”, il primo disco di rap italiano su vinile. Ogni centro sociale ha la propria posse: la Lion Horse Posse al Leoncavallo di Milano, l’Isola Posse All Stars a Bologna, la 99 Posse all’Officina 99 di Napoli, mentre a Roma, tra via dei Volsci e il Forte Prenestino, si muovono proprio gli Onda Rossa Posse. Sono gli stessi spazi, spesso, in cui si ritrovano anche i primi writer italiani, in un ecosistema underground dove musica e muri parlano la stessa lingua di rivendicazione e autoproduzione.

I murales come tributo, oggi, tra Urban Art e musica
Con gli anni Duemila il rapporto si ribalta. Non più solo scena condivisa, ma tributo esplicito. Nel mondo, il caso più noto è quello del brasiliano Eduardo Kobra, che ha dedicato ai musicisti decine di murali monumentali: David Bowie a Jersey City, Michael Jackson nell’East Village di New York, Bob Dylan a Minneapolis, oltre a un murale collettivo dedicato a Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Amy Winehouse e Kurt Cobain, tributo ad alcune delle icone musicali scomparse più celebrate al mondo, riunite nello stesso spazio. Kobra, cresciuto nelle periferie di San Paolo, si è avvicinato ai graffiti giovanissimo proprio grazie a un collettivo hip hop, prima di trasformare quella pratica in una carriera che oggi conta oltre tremila murali in cinque continenti, iniziata ufficialmente nel 1987, quando l’artista aveva undici anni.
In Italia, l’esempio più diretto arriva da Milano. Nel quartiere Ortica, nel 2020, il collettivo Orticanoodles realizza “Dialoghi”, un murale di cento metri lungo via Corelli dedicato alla scena rap e trap milanese. Dieci volti, tra cui Marracash, Ghali, Sfera Ebbasta, Gué Pequeno, J-Ax e Jake La Furia, ritratti fianco a fianco come i tasti di un pianoforte, opera finanziata dall’emittente MTV attraverso il bando “Segnali d’Italia” e realizzata nell’ambito del progetto Or.Me, Ortica Memoria. Il murale sorge a pochi passi da altre opere dedicate a figure storiche della musica popolare milanese, come Ornella Vanoni e Paolo Jannacci, in un quartiere che si sta trasformando in un vero e proprio museo a cielo aperto dedicato alla musica della città. È la stessa logica delle origini, applicata quarant’anni dopo: la strada resta il posto in cui la musica trova la sua immagine, e l’immagine trova il suo pubblico più largo, quello che passa a piedi, senza aver comprato un biglietto.
Per saperne di più
Egidio Emiliano Bianco, Street art Pills: le origini del writing – D’ARS Magazine, 16 Novembre 2014
Dreki, Il rap in Italia. Ritorno alle origini del genere, 2duerighe, 28 gennaio 2021




